giovedì 20 novembre 2008

Cassa integrazione a Figline / Corriere Fiorentino


È forte lo shock dei valdarnesi di fronte alla decisione della Pirelli di attivare la cassa integrazione ordinaria per i 440 dipendenti dello stabilimento di Figline e porre fine a 11 contratti interinali, che erano in essere da due anni. Arrabbiati e impauriti i lavoratori che ieri mattina hanno partecipato a un’assemblea indetta dai sindacati, Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm, e dalle Rsu per decidere come portare avanti la trattativa con l’azienda e nei tavoli istituzionali che a partire da martedì prossimo li vedrà impegnati insieme con Riccardo Nocentini, sindaco Pd di Figline Valdarno, e la Commissione provinciale per il lavoro.
«Quello che ci ha colpito – ha detto Alessandro Beccastrini della Fim Cisl di Firenze – è stata la rigidità dell’azienda sugli 11 contratti interinali, che perderanno il lavoro senza alcun paracadute».
«La Pirelli, oltre a essere l’azienda più importante del nostro territorio – ha sottolineato il sindaco Riccardo Nocentini – per Figline è un simbolo, perché ha trasformato questo paese da piccola realtà artigianale a un importante tessuto industriale». Un simbolo la cui crisi getta un’ombra sinistra sul futuro dei lavoratori valdarnesi.
Lo stabilimento Pirelli di Figline è il capofila del Business Unit Steelcord, che produce corda d’acciaio per la struttura degli pneumatici, oltre che per la casa madre anche per Continental e Goodyear. Negli anni Ottanta si contavano un migliaio di dipendenti che oggi si sono ridotti a 450, ma fino ad ora la cassa integrazione non apparteneva al vocabolario aziendale, a parte casi sporadici e straordinari come in seguito all’alluvione. Negli ultimi due anni si sono persi circa 80 posti di lavoro e la delocalizzazione ha fatto il suo corso. I vecchi macchinari sono andati a finire in Romania, che insieme a Turchia, Germania, Brasile e Figline rappresentano il pentagono del BUS: «Noi – ha affermato Paolo Mugnai della Fiom Cgil, interpretando l’unità sindacale – chiederemo all’azienda due cose: un’integrazione economica alla cassa integrazione, che si prospetta di difficile gestione per molte famiglie, e, a gennaio, il ritorno al lavoro degli 11 interinali».
Nel tempo la stessa Pirelli, esternalizzando le attività indirette, ha prodotto sul territorio un indotto che coinvolge circa 80 addetti, dall’officina meccanica alle pulizie: «La crisi – incalza Nocentini – crea preoccupazione e incertezza sul futuro imprenditoriale del Valdarno. La questione sociale? Beh, sicurezza e lavoro vanno di pari passo».
«Il problema – spiega Lorenzo Raspini delle Rsu – non è solo il presente. Nel 2009 l’azienda ci ha prospettato lacrime e sangue, ancora cassa integrazione e riduzione del volume di produzione e poi? Noi chiediamo un piano industriale che punti sulla ricerca e lo sviluppo per mantenere alta la qualità del nostro prodotto. Vede, io faccio il lavoro di due rumeni, ma loro continuano a costare meno…».
I lavoratori, quasi tutti valdarnesi, sono irritati dalla rigidità dell’azienda, visti anche i turni notturni e festivi, dalla domenica al primo maggio, accettati negli anni, in disaccordo, a volte, con i sindacati.
In paese le voci sulla Pirelli giravano già da un mese e la solidarietà segue la preoccupazione per questi ragazzi, età media 36 anni, che si aggiunge a quella per un calzaturificio che ha chiesto la cassa integrazione straordinaria, mettendo in difficoltà coppie sposate con il mutuo per la casa.
«Provincia e Regione – conclude Nocentini – saranno coinvolte in un percorso di garanzia che segua passo passo l’azione dei sindacati in difesa dei posti di lavoro e del salario dei dipendenti Pirelli».

lunedì 17 novembre 2008

Giornalismo e dintorni 2


L’editore vuole risparmiare? Benissimo: al collaboratore bravo e malpagato a lungo andare passerà la voglia di fare da concorrente a chi in redazione c’è già…
Bussare alla porta di una redazione qualsiasi, di un giornale qualsiasi, e vedere i propri pezzi pubblicati è possibile. Il guaio arriva quando la gente comincia a leggerli, e, dopo qualche anno, a trovarli interessanti.
È allora che per la redazione X (o meglio per certi membri della redazione X) il collaboratore diventa un ostacolo. L’editore vuole risparmiare? Benissimo: al collaboratore bravo e malpagato a lungo andare passerà la voglia di fare da concorrente a chi in redazione c’è già. Non si arrende? Si fa buttare fuori? L’editore è contento, certi redattori frustrati lo sono ancora di più. Sono gli stessi che hanno fatto di tutto, dopo i suoi primi successi, per rendergli l’ambiente della redazione assolutamente ostile.
C’è qualche redattore onesto e un po’ nauseato in fondo da quello che succede tutti i giorni e praticamente ovunque. Ma tra non condividere e mettersi apertamente dalla parte del più debole c’è un oceano. Peccato che gli editori dimentichino facilmente che i loro giornali sono fatti al 90% dal lavoro dei collaboratori e che i redattori dimentichino altrettanto facilmente il periodo in cui scrivevano i primi articoli ed erano loro stessi dei collaboratori. Perché tutti lo siamo stati una volta no? Chi lavora in redazione senza aver mai collaborato è un privilegiato, ed è soggetto al forte rischio di autoreferenzialità.
Il mobbing attuato negli ultimi anni nei confronti dei collaboratori esterni che magari da cinque-sei anni riempiono il giornale X è tremendo. Avviene sotto gli occhi di tutti. Chi alza la testa e se ne va ci guadagna in salute, chi si tutela legalmente ha ragione, ma rimane un fatto: quella firma sparisce dal giornale.
L’editore e i redattori frustrati possono far finta di nulla, ma i redattori onesti e soprattutto i lettori notano questa assenza. Un’assenza che è il sintomo di un giornalismo malato, aggredito dal di dentro, in cui chi crede di poter andare avanti solo per merito ha davanti tante – forse troppe – salite. E a rimetterci alla fine dei conti è l’informazione. Che avrà una firma onesta in meno.
Tastierastanca

venerdì 14 novembre 2008

Giornalismo e dintorni 1


Una riflessione sul giornalismo nel tempo attuale, in cui si accede alla professione, non si trova lavoro e nessuno ti insegna il mestiere…
Chi sono oggi i giornalisti italiani? Cosa fanno, come lavorano, che rapporti hanno con le imprese editoriali, con le istituzioni, con le fonti? Come sono organizzati, nel lavoro e nella società? Che peso hanno? Che scenari, che contratto, che lavoro e che professione possono immaginare per il proprio futuro?
Oggi oltre 100.000 iscritti all’Ordine vivono la loro “professione” in modi e mondi diversi.
La maggioranza, oltre il 65%, è costituita da pubblicisti che non hanno ufficialmente alcuna attività lavorativa nel settore e da iscritti agli elenchi speciali, nessuno dei quali ha mai avuto una posizione contributiva all’Inpgi, nella gestione principale o nella gestione separata. 
Il 25% circa, svolge invece attività giornalistica a tempo pieno in genere regolarmente retribuita (più o meno bene), più o meno subordinata, con diversi gradi di copertura previdenziale, assistenziale e assicurativa.
La parte restante è costituita da pensionati, disoccupati, sottooccupati e pubblicisti “classici”.
Ci sono poi, in un numero non definibile, quei giornalisti di fatto, non iscritti o non ancora iscritti all’albo, che sfuggono alle statistiche della categoria.
La crescita incontrollata che negli ultimi dieci anni ha portato al raddoppio degli iscritti all’albo rende difficile una determinazione precisa dei numeri, che crescono al ritmo di oltre 500 unità al mese, ma la sostanza nel periodo attuale è questa.
In un settore in cui è ormai prevalente l’idea che tutti gli iscritti all’ordine abbiano e debbano avere pari dignità, in cui tutti si considerano e chiedono di essere considerati alla pari come professionisti dell’informazione, il primo grande divario è tra chi alla professione riesce a coniugare il lavoro 
e chi ha della professione solo il tesserino. I pochi che ammettono di usarlo solo per andare ai musei non lo dichiareranno mai in pubblico.
Eppure il primo dato che colpisce guardando alle statistiche è proprio quello che ci dice come chi lavora sia ormai in minoranza negli elenchi dell’albo.
L’evoluzione delle tecnologie della comunicazione ha determinato una crescente difficoltà nella definizione dell’attività giornalistica. La scomparsa di molti processi industriali, la sostituzione dell’hardware col software, la tecnologia delle reti hanno prodotto un sistema in cui la sede di lavoro, la redazione, il desk, l’ufficio centrale, la tipografia, insomma tutti gli elementi di una filiera che appariva ben definita si sono trasferiti, o si possono trasferire, dal mondo reale al mondo virtuale.
E se il lavoratore vive in un mondo virtuale, in cui basta uno scambio di flussi informatici a determinare il rapporto di lavoro e le sue qualità, la differenza tra chi sta nella professione lavorando e chi ci sta tenendo in tasca un tesserino diviene impalpabile.
Questo facilita il flusso continuo, la marea montante di nuovi iscritti che raggiunto uno status non entrano mai nel mondo del lavoro.
Per questo è oggi insensato parlare in termini classici, dare a parole come professionista, pubblicista e praticante i significati concreti che le hanno definite in passato.
La scomparsa graduale degli elementi fisici, esterni, strutturali che caratterizzavano un tempo l’attività giornalistica rende necessaria una sua (ri)definizione.
Oggi questo è un mondo di attivi, anche in misura crescente precari, e inattivi, anche in minima parte pensionati.
Per questa costruzione sia semantica che fattuale credo si debba partire dai due piani fondamentali, quello professionale e quello (gius)lavoristico. Considerando che anche quella che un tempo poteva essere definita la parte più tutelata e garantita della categoria vive oggi in una situazione di disagio e precarietà determinata dalla crisi del settore, che è una delle concause del mancato rinnovo contrattuale sia con Fieg che con Aeranti-Corallo.
Sul piano professionale è ormai evidente a tutti come la sostanziale omogeneità tra coloro che svolgono l’attività giornalistica, in relazione alle problematiche giuridiche, deontologiche, di rapporto con le fonti e la committenza, abbia di gran lunga distaccato una omogeneità tra gli iscritti
all’ordine tout court. Tutti i giornalismi di cui abbiamo parlato e sostenuto i diritti negli ultimi lustri, tutte le differenze di inquadramento contrattuale che ci separano gli uni dagli altri per reddito, regole, diritti e gradi di subordinazione non ci rendono tanto diversi tra di noi quanto lo iato che
 separa chi svolge attività giornalistica da chi ha un tesserino in tasca e non ha mai scritto altro che quel che serviva per ottenerlo. Magari neanche i sessanta pezzi pagati in due anni, anche solo i propri dati anagrafici su un modulo.
La facilità con cui gli Ordini regionali hanno mantenuto nei loro elenchi chi avrebbe dovuto essere depennato ha qualcosa di irresponsabile in sé. Senza andare a esaminare l’eventuale eccessiva condiscendenza con cui sono stati gonfiati i numeri del pubblicismo e degli elenchi speciali.
Questo fa sì che chi oggi svolge attività giornalistica viva una condizione di problematicità lavorativa, mentre nell’Ordine la maggioranza degli iscritti negli elenchi non ne sente gli effetti, non avendo interesse al lavoro.
Il fascino che incomprensibilmente continua ad esercitare il “mestiere” di giornalista sui più giovani, testimoniato anche dall’incredibile massa di iscritti alle facoltà di scienze della comunicazione oltre che dai sondaggi e dalle selezioni delle scuole, e la immensa platea dei pubblicisti senza interesse a contrattare anche minimamente la prestazione occasionale rendono
 ormai privi di potere contrattuale tutti coloro che in altri tempi avrebbero potuto campare dignitosamente esercitando la libera professione come free lance.
Negli ultimi tre decenni si sono susseguite ondate di stampo diverso che hanno profondamente modificato il panorama editoriale.
Quella pubblicitaria in primo luogo, con una crescita costantemente a due cifre percentuali degli investimenti, che ha fatto crescere il bisogno di addetti alle pagine non pubblicitarie. Alle aziende, a molte aziende, interessava avere più informazione solo per riempire le pagine tra una pubblicità e un’altra pubblicità. Nessuna attenzione ai contenuti, prodotti editoriali estremamente poveri, supplementi a iosa. I due cicli che si sono sovrapposti tra loro hanno coperto lo spazio tra il boom del made in Italy degli anni ’80 e il crollo del mercato dell’inizio del nuovo secolo, con strascichi che sono arrivati fino ai giorni nostri attraverso la settimanalizzazione dei principali quotidiani.
Quella tecnologica in seconda battuta, che chiunque abbia vissuto trent’anni fa la meravigliosa sensazione di essere diverso dagli altri per il fatto di avere a casa una macchina per/da scrivere può chiaramente misurare oggi mettendo in pagina il proprio lavoro con uno smartphone.
Quella culturale la abbiamo sotto gli occhi, tutte le volte che ci capita di rivedere certe prime pagine o riascoltare certe interviste, che oggi di fronte all’approssimazione e alla disperazione dei modelli proposti non solo dalle televisioni commerciali ci paiono sideralmente lontane e inarrivabili, non solo per il loro austero bianco e nero.
Da questa evoluzione è uscita sconfitta la qualità. Hanno perso la professione, l’accuratezza, la verifica, l’inchiesta, l’approfondimento. Hanno vinto l’approssimazione, la corrività, la pornografia in senso lato e il sensazionalismo. La massiccia espulsione dal ciclo produttivo di figure
 professionali non giornalistiche ha inoltre ridotto tutti i passaggi di mediazione e controllo che, con il ruolo di trasmissione dei saperi alle nuove generazioni che la categoria ha irresponsabilmente abbandonato, consentivano un sistema virtuoso di esaltazione dei patrimoni di qualità e professionalità.
Troppo facile sarebbe fare casistiche, esempi, aneddotica.
Una ondata concomitante è invece responsabilità piena della categoria nel suo complesso.
Non abbiamo saputo vedere cosa comportasse per il mercato del lavoro a lungo andare una impostazione legittima e rispettosa dei diritti che nel tempo abbiamo adottato nel nostro agire sia sindacale che ordinistico, confortata dagli Enti di previdenza e assistenza.
L’allargamento della base ha avuto come effetto collaterale il “todos caballeros”, la corsa alle tessere e ai contributi, l’espansione in territori di confine, la compiacenza, le clientele, il do ut des, il cammellaggio, le quote di iscrizione pagate da altri per poter votare alle consultazioni di categoria, gli interessi anche economici che si basano sul numero o sul nome accreditato dell’organismo, non importa quale, di categoria, i premi e i concorsi, i corsi e i convegni, le cene sociali, gli accrediti agli amici, le marchette di gruppo, il silenziatore ai provvedimenti disciplinari, il cane che
 non mangia il cane, le regole che per gli amici si interpretano sono mali che, sia pure insiti nella natura umana, hanno proliferato in una categoria che nelle sue istituzioni ha visto crescere e prosperare “rappresentanti di professione”.
Questa nostra disgraziata natura ha influenzato anche e soprattutto l’andamento dei flussi di accesso al professionismo. Se per il pubblicismo un rimedio era a portata di mano, e anche semplice, per il professionismo non è stato così.
Un pubblicista se ha i requisiti viene iscritto. Basterebbe dopo due anni verificare gli elenchi e nel 70% e oltre dei casi andrebbe depennato.
Un professionista è un altra storia. Oggi il 17% viene dalle scuole riconosciute dagli Ordini regionali, il 45% da rapporti di lavoro subordinato quasi sempre a termine, a spizzichi e bocconi, il 35% con i praticantati d’ ufficio, i rimanenti da praticanti free lance.
Vanno a Roma a fare l’esame in 1.600 all’anno. L’ 80% passa l’esame. 1.300 nuovi professionisti all’anno mentre 250/300 giornalisti attivi vanno in pensione.
Ci sono circa 3.000 disoccupati. Metà dei pensionati non viene sostituita, o viene sostituita con contratti a termine. E ora arriva quello che potrebbe essere il passaggio occupazionale più duro nella storia del lavoro giornalistico dipendente del Paese: si prospetta un ricorso generalizzato da
 parte delle imprese editoriali allo stato di crisi, con prepensionamenti, incentivazioni all’ esodo e licenziamenti collettivi che secondo stime attendibili potrebbero riguardare circa il 10% degli attuali occupati. Che sono meno di 17.000, ma più di 16.000.
 
Gli occupati, o per meglio dire gli attivi, sarebbero destinati a diminuire in un paio di anni di circa 1.500 unità.
Non dovrebbe stupire chi in questi anni ha letto i bilanci delle principali aziende editoriali italiane, e a maggior ragione chi considera quante di queste hanno avviato un nuovo ciclo di ricorsi alla legge 416 per il prepensionamento di personale poligrafico attribuito a riorganizzazioni produttive o a stati di crisi.
In questo scenario le aziende editoriali hanno cominciato a muoversi secondo linee molto diversificate. Con lo slogan della modernità multimediale hanno messo in campo strategie generalmente miopi, che guardano al web come alla panacea senza proporre un modello informativo al passo coi tempi e trascurando, per attendismo o per sudditanza ad altri poteri, lo sviluppo integrato sui media concorrenti come radio e tv. Le gare per il digitale terrestre vengono 
disertate dalle principali imprese del settore, favorendo così una rendita oligopolistica di posizione, e lo sviluppo si riduce a iniziative che di innovativo hanno ben poco. Anche la telefonia, con il dvbh, sembra snobbata e il wi-max non viene preso in considerazione. Nessuna azienda punta sulle 
tecnologie pull, tutte le imprese editoriali si concentrano su gallery di ragazze seminude e sondaggi o forum banali. Qualcuno pensa vagamente a sviluppare brand-extensions di prodotti editoriali che nulla hanno di multimediale, torna prepotente l’idea fallace di portali settoriali.
Una cosa tuttavia appare chiara anche in questa incertezza: che i modelli di produzione e distribuzione, e di conseguenza l’organizzazione del lavoro, sono destinate a diversificarsi marcatamente nei prossimi anni.
Verranno adottate linee industriali ed editoriali nuove che si affiancheranno a quelle tradizionali, destinate comunque a sopravvivere a lungo in quelle aziende che riusciranno a rimanere sul mercato anche senza adattarsi al cambiamento.
Questa trasformazione oggi in atto richiede un sistema di governo condiviso che determini le condizioni necessarie perché al suo interno la figura professionale del giornalista lavoratore torni ad essere determinante.
Le condizioni sono ovviamente molto articolate, ma possono essere ricondotte ad un concetto generale da declinare in più modi, ed è il concetto di qualità.
La qualità della alta professionalità, da raggiungere attraverso un percorso di accesso alla professione che sia veramente di alta formazione, universitario, sganciato dal ricatto dei datori di lavoro, altamente selettivo, in grado di portare ad un flusso di nuovi professionisti dello stesso ordine di grandezza di quello richiesto dal turn over generazionale.
Per questo è necessaria, ma non sufficiente, una riforma della legge 69 del ’63; ma in attesa di questa alcuni correttivi sono già oggi possibili, a partire da una maggiore selezione all’esame che inverta l’attuale rapporto tra promossi e bocciati, da una politica più rigorosa e responsabile da parte degli ordini nel riconoscimento dei praticantati d’ufficio, da una programmazione più aderente alla realtà del numero di posti nelle scuole riconosciute dagli ordini.
Senza dimenticare che la qualità e la capacità delle commissioni esaminatrici possono essere determinanti per questa selezione, e che formarle col criterio di regalare una vacanza romana a qualche amico non può essere più considerato accettabile. Solo commissari preparati e di alto profilo possono ridare dignità agli esami. L’istituzione di un elenco dei formatori potrebbe sganciare sia l’insegnamento sia il sistema di selezione dei candidati dagli interessi di chi
usa le maglie dell’accesso per costruirsi piccole clientele. Fenomeno questo ancor più evidente nell’iscrizione dei pubblicisti.
La qualità che deriva dalla padronanza e dal controllo dei nuovi sistemi editoriali, siano essi dedicati ad una sola piattaforma distributiva o a più piattaforme, da raggiungere attraverso la formazione permanente e attraverso una convinta adozione da parte dell’intera categoria dell’idea che oggi siano destinati a convergere non solo i media ma anche i giornalismi. In questa
prospettiva la battaglia di retroguardia di chi pretende che la multimedialità resti un terreno estraneo al nostro lavoro, sul quale avventurarsi cautamente solo su base volontaria e solo se retribuiti è quanto di più vicino alla pulsione suicida si possa trovare oggi sul mercato del lavoro.
La
 multimedialità sarà il terreno naturale della professione, e rifiutarla significa accettare che altre figure, e non i giornalisti, trovino quei posti di lavoro, quelle professionalità, quei redditi, quei ruoli. Rifiutare i nuovi strumenti significa rinunciare al controllo dei mezzi di produzione, che in 
questa fase i lavoratori giornalisti hanno l’occasione invece di riacciuffare con decisione. Affermando con forza la necessità di un lavoro giornalistico serio, approfondito, verificato e affidabile per poter costruire mezzi di informazione che nell’era del cotto e mangiato, del fast food informativo, del pulviscolo di bit siano in grado di dare piena attuazione al diritto del cittadino a una informazione completa, affidabile, rigorosa. Sapendo che questo significa anche e soprattutto ottenere il tempo, i mezzi, gli organici e le strutture di supporto per farlo sul serio. Altrimenti non ne vale la pena.
La qualità di condizioni di lavoro e di contrattualizzazione chiare, che consentano uno sviluppo delle carriere e una stabilità del potere d’acquisto dei giornalisti tali da permettere e anzi incoraggiare l’indipendenza e l’autorevolezza dell’informazione. Sapendo che oggi, e a maggior ragione domani, non è più sostenibile un modello contrattuale che per troppo tempo ha
 dirottato le risorse economiche su una parte della categoria che ha vissuto di rendite di posizione. Gli automatismi di reddito e carriera non possono più vivere di vita autonoma, creando una giostra che continua a premiare in maniera esponenziale chi è riuscito a salirci e lasciando ai margini e con le pezze al culo chi per mancanza di padrini non viene considerato una assunzione inevitabile.
Dobbiamo perciò intraprendere una strada nuova, diversa dal passato, quella che potrebbe portarci a coniugare (nuovamente) professione e lavoro, conquistando nuovi ruoli e nuove professionalità. È in fondo l’unico modo serio di contrastare la contrazione occupazionale, ampliare la vera base 
impositiva per gli enti di categoria, recuperare quel ruolo di giornalisti che oggi sempre più spesso riteniamo di aver perso.
Guido Befana

mercoledì 12 novembre 2008

11 novembre 2008 / Corriere Fiorentino


«Davanti all’uso della pistola per sedare una rissa non si può non parlare di avventatezza. Dissi che mi assumevo la responsabilità di questa morte e lo confermo oggi», le parole del capo della polizia, Antonio Manganelli, fanno da sfondo all’anniversario dell’omicidio di Gabriele Sandri. Un anno, infatti, è passato dal giorno in cui l’agente Luigi Spaccarotella ha ucciso il tifoso della Lazio con un colpo di pistola sull’A1, nell’area di servizio Badia al Pino Est.
Lì dove ieri c’erano le sciarpe oggi i tifosi dell’Arezzo hanno appeso uno striscione con scritto «Giustizia per Gabriele!», sotto un mazzo di fiori viola e un biglietto rosa fermato da un sasso: «Gabriele sempre nei nostri cuori…». Dietro, dove prima c’era il cartello “Firenze”, tre sciarpe, una del Foligno e due dell’Arezzo, una delle quali recita: «Siete tutti bastardi». Discreta ma continua la presenza della Digos.
Tra le nove e le dieci di ieri mattina, gli amici di Gabriele, molti dei quali già presenti all’udienza preliminare, poi rinviata, del 25 settembre, si sono ritrovati al casello di Arezzo dove, con una cerimonia pagana, hanno appoggiato un mazzo di fiori bianchi e azzurri e degli adesivi neri con le scritte bianche fatti apposta per la ricorrenza: «… Nel ricordo non ti hanno ucciso! Gabriele vive».
«Confidiamo» ha ribadito Manganelli «di arrivare ad una assoluta verità da parte della magistratura». Lo vedremo dal 16 gennaio, giorno in cui è stata fissata dal gup la nuova udienza preliminare. Ci sarà anche Spaccarotella? Difficile dirlo, si sa solamente che l’agente, in servizio alla Polfer, è stato spostato all’ufficio interprovinciale tecnico logistico di Poggio Imperiale, sempre con mansioni amministrative e sempre a Firenze. Sembra che questa ulteriore destinazione sia stata dettata da motivi di sicurezza, anche se non è mai stata fatta chiarezza sulle minacce. I suoi legali, dei quali non fa più parte l’avvocato pratese Giampiero Renzo, revocato dallo stesso Spaccarotella, accusato di omicidio volontario, chiederanno il rito abbreviato.

lunedì 3 novembre 2008

Moris Farhi, la migrazione come valore


«La letteratura è la mia vita e il mio sangue». Lo dice con voce ferma e profonda Moris Farhi, uno dei più grandi scrittori turchi che vive a Londra, dove si è laureato nel ’56, da molti anni e che ha scelto di passare le vacanze nella Val di Chiana aretina, tra Cortona e Foiano, a Brolio, in una splendida casa vacanze che domina tutta la valle, là dove una volta c’erano gli etruschi. Membro dell’Ordine dell’Impero Britannico per il “servizio reso alla letteratura”, dal 2001 è vice presidente dell’International P.E.N., ente che promuove la letteratura e difende la libertà di espressione, per il quale, dal ’97 al 2000, si è occupato degli scrittori incarcerati dai regimi totalitari: «La cultura è come gli esseri umani, lì dove è monolitica e tende a riprodurre se stessa prende la strada dell’estinzione. Dove, invece, riesce a coniugarsi con altre culture, come quando razze diverse s’intrecciano, si rigenera e ne crea una nuova, migliore delle precedenti».
Tre sono i temi principi della sua scrittura: la migrazione, l’altro e l’evoluzione culturale del genere umano. Tre temi che s’intrecciano profondamente in un uomo che racconta se stesso e quello che ha dentro. Turco di origine ebrea la madre, di Salonicco, l’ha cresciuto leggendogli l’Iliade e l’Odissea, il padre a 12 anni lasciò la scuola ma sapeva 11 lingue e scriveva con 7 alfabeti diversi. Quando la Turchia era un crogiuolo culturale unico, lì tra Oriente e Occidente dove non esistono barriere ma flussi umani e culturali che ti crescono cittadino del mondo: «La Turchia sta attraversando un momento molto difficile che vede in campo tre forze contrapposte, il fondamentalismo islamico, l’ultranazionalismo e il liberalismo. Perché vinca la parte più tollerante e laica bisogna che l’Ue si decida a far entrare il mio Paese in Europa, altrimenti sarà forte il rischio della deriva violenta».
Nei suoi libri, l’ultimo s’intitola “Giovane turco” (Saqi, 2004), Farhi, racconta gli outsider, gli altri, contro un attualità che terrorizza e chiama a raccolta contro il diverso: «Attraverso quello che è stato definito “fascismo emotivo” e che io indico come “finzione psicotica” si tende a creare un archetipo dell’altro in modo da stigmatizzarlo, cercando poi di eliminarlo, quando si dimentica che Mosè, Gesù e Maometto sono stati altri, che la storia è stata fatta dai migranti, dagli outsider». Concetto compiutamente espresso in un saggio dal titolo “Tutta la storia è storia di migrazione”.
L’Italia la conosce sin da quando era ragazzino e da allora non ha mai smesso di amarla: «Questi posti mi ricordano alcune zone della Turchia, ma in Italia, soprattutto in Toscana, si ha come l’impressione che siate riusciti a creare un equilibrio unico tra uomo e natura, tra passato e presente. Guardo il paesaggio e provo gioia, guardo Cortona e provo gioia…».
Nel 2009 uscirà il suo ultimo libro che secondo la moglie e gli amici, che lo circondano amorevolmente nell’ex fienile trasformato in pensatoio, tra libri altri e anisette, è la sua opera più bella, mentre Musa, Moris è il nome letterario voluto dall’agente, resta particolarmente legato a “Journey Through the Wilderness” nel quale racconta il Sud America degli indios e la sua distruzione.
Charlie Chaplin soleva dire che “la vita è meravigliosa se no se ne ha paura”, guardando Musa Farhi si capisce il perché e con quella maglietta verde e i capelli bianchi esprime una somiglianza incredibile con l’Hemingway de “Il vecchio e il mare”, solo che dentro c’è un oceano.