giovedì 31 luglio 2008

Goran Bregovic / Corriere Fiorentino


«Io cerco di essere un compositore contemporaneo e se la mia musica sembra differente dagli altri compositori contemporanei è perché io vengo da una differente contemporaneità».
È un Goran Bregovic concentrato sul suo percorso musicale e attento a tutte le realtà circostanti quello che questa sera suonerà al Prato di Arezzo, nel main stage del Play Art Festival 2008, dove prima di lui si esibiranno i Kultur Shock, Max Gazzè e Carmen Consoli, con la quale potrebbe replicare un duetto e sarebbe la prima volta dal vivo.
Tutti “sotto lo stesso cielo”, come recita il tema del Festival, un tema fortemente evocativo per Bregovic, nato a Sarajevo da madre serba e padre croato: «In passato la soluzione è stata sempre molto semplice: uccidi chi è differente. Nel Ventunesimo Secolo non vogliamo più seguire questa strada, la più grande lezione, quindi, che l’uomo può imparare oggi è di convivere con la diversità e per fare questo dovrà cambiare completamente la sua idea, il suo stereotipo, di bellezza».
Tragica e imprevedibile come la vita, visionaria come un sogno, la sua musica ha saputo sublimare il terrore della diaspora jugoslava, alle spalle la terra che l’ha partorito e forgiato: «Sono nato in un piccolo paese con una storia sfortunata. Mio nonno era un soldato, mio padre era un soldato e se fossi rimasto durante la guerra civile molto probabilmente anch’io sarei diventato un soldato. È molto difficile essere cittadini di un paese dove l’album di famiglia è pieno di persone in uniforme».
La vita zingara non gli ha impedito di restare legato alle tradizioni per creare una musica universalmente riconoscibile con un minimo comune denominatore, la libertà: «Volevo diventare prete, ma la vita, come fa sempre, mi ha giocato uno scherzo: il mio primo lavoro musicale è stato suonare in uno striptease bar e a 16 anni conoscevo le donne meglio di tutti i miei coetanei… Quando la musica ti da una simile chance perché cercare la libertà altrove?».
Goran Bregovic con la sua Wedding & funeral band è alla continua ricerca dell’altrove e dell’altro con un “prato musicale”, da Istanbul a Budapest, nel quale attingere in una sperimentazione continua e, come dicono in molti, autodidatta: «Io sono un prodotto della sottocultura comunista. La cultura è un insieme di valori che prende forma dalla politica, la subcultura è qualcosa che nasce dalla vita e io preferisco la vita».
Bregovic tornerà in Italia il 15 e 16 settembre a Milano e Torino con “Tre Lettere per tre Profeti”, la versione di una pièce originale la cui esecuzione coinvolgerà la sua band, l’Absolute Ensemble di New York e sei voci maschili, diretti da Kristjan Järvi.
Ma prima c’è ancora tanta musica nel mondo di Goran, musica per teatro, musica per documentari, come quello su Ataturk la cui prima sarà proiettata a Istanbul in ottobre, e la musica dei Gitani che da sempre lo ispira: «Nei Balcani, per secoli, i Gitani hanno vissuto al confine tra Oriente e Occidente, sotto influenze di varie culture, così la loro musica è sempre stata più vasta del loro “humus territoriale”». E allora: Juris!

lunedì 28 luglio 2008

Una lettera a "La Stampa" su Eluana Englaro,
ripresa da www.dagospia.it


Caro Direttore, sono Marina Garaventa, ho 48 anni e sono, più o meno, nella stessa situazione in cui era Piergiorgio Welby: come lui, ho il cervello che funziona benissimo, diversamente da lui, posso ancora usare le mani e la mimica facciale.
Come ho seguito il caso Welby, esprimendo la mia opinione, ho seguito il caso, ben più grave del mio, di Eluana Englaro e mi sono «rallegrata» della sentenza che ne sanciva la conclusione, sperando che nessuno si permettesse di intromettersi in un caso così delicato e personale. Non avevo la benché minima intenzione di dire o scrivere alcunché fino all’altra mattina alle 7 quando, ascoltando i primi notiziari, ho sentito tante «cazzate» che mi sono decisa a dire la mia. Io sono abituata a esprimere opinioni, dare giudizi e consigli solo su cose che conosco bene e che ho vissuto personalmente e mi piacerebbe tanto che tutti si regolassero così, evitando di aprire la bocca per dare aria a sentenze basate su mere teorie filosofiche e moral-religiose.
Con queste parole mi riferisco, in particolare, alle recenti «sortite» di alcuni personaggi noti che, in un delirio di onnipotenza, dicono la loro, scrivono lettere patetiche e organizzano raccolte pubbliche di bottiglie d'acqua: le bottiglie, a Eluana, non servono perché sia l'acqua sia la nauseabonda pappa che la tiene in vita e che anch'io ho provato per mesi, le arriva attraverso un sondino.
Bando quindi ai simbolismi di pessimo gusto di Giuliano Ferrara, stimato giornalista, e al paternalismo di Celentano, mio cantante preferito. In quanto al mio esimio concittadino, il Cardinal Bagnasco, sarebbe cosa buona e giusta che, prima di esprimersi su quest'argomento, avesse la bontà di spiegarci perché a Welby è stata negata la messa e, invece, il «benefattore» della Magliana, Renatino De Pedis, è sepolto in una nota chiesa romana.
A questo punto, però, siccome neppure a me piace fare della teoria, propongo a questi signori di prendersi un anno sabbatico e offrirlo a Eluana: passare con lei giorni e notti, lavarla, curarle le piaghe, nutrirla, farla evacuare, urinare, girarla nel letto, accarezzarla, parlarle nell'attesa di una risposta che non verrà mai. Sono disponibile anche a mettermi a disposizione per quest'esperimento ma, devo avvisare tutti che, per loro sfortuna, io sono sicuramente meno docile di Eluana e se qualcuno, chiunque sia, venisse per insegnarmi a vivere, lo manderei, senza esitazione, «affanc...».
A sostegno di quanto detto finora, aggiungo che, nonostante io non possa più camminare, parlare, mangiare, scopare e quant'altro, amo questa schifezza di esistenza che mi è rimasta e mai ho avuto il desiderio di staccare la spina del respiratore che mi tiene in vita. Nonostante tutte le mie limitazioni, io ho una vita intensissima: scrivo su alcuni giornali locali, tengo un blog (www.laprincipessasulpisello.splinder.com), ho un'intensa vita di relazione e, in questo periodo, sto promovendo un mio libro che narra di questa mia splendida avventura. («La vera storia della principessa sul pisello», Editore De Ferrari, Genova).
Sicuramente qualcuno penserà che voglio farmi pubblicità e, in un certo senso, è vero: io voglio, per quanto posso, dar voce a tutti quelli che sono nella mia condizione e non sanno o non possono dire la loro.
Parliamoci chiaro: i malati come me, come Welby ed Eluana, sono già morti! Sono morti il giorno in cui il loro corpo ha «deciso» di smettere di funzionare e hanno ricevuto dalla tecnologia, che io ringrazio sentitamente, l'abbuono, il regalo di un prolungamento dell'esistenza. Ma come tutti i regali, anche questo vuol essere contraccambiato con merce altrettanto preziosa: una sofferenza fisica e morale che solo una grande forza di volontà può sopportare.
Nel momento in cui il gioco non vale più la candela il paziente deve poter decidere quando e come staccare la spina. Lo Stato deve garantire la miglior vita possibile a questi malati, tramite assistenza, supporti tecnologici e contributi ma non può arrogarsi il diritto di decidere della loro vita sulla base di astratti principi etici, molto validi per chi sta col culo su un bel salotto, ma che diventano assai stucchevoli quando si sta nel piscio.
Eluana non può più decidere ma chi le è stato vicino, nella gioia e nella sofferenza, chi l'ha conosciuta e amata non può dunque decidere per lei, mentre possono farlo persone che, fino a ieri, non sapevano neppure che esistesse?
Io sono pronta a chiedere umilmente perdono se questi signori mi diranno che, nella loro vita, si son trovati in situazioni come la mia o come quella di Eluana e delle nostre famiglie ma, francamente, non credo che la mia ammenda sarà necessaria. Per chiarire meglio la mia situazione rinvio al link di un video: http://video.google.it/videoplay?docid=-8906265010478046915
Concludo ringraziandola e sperando che voglia dare voce anche a me che parlo con cognizione di causa e non per fare della filosofia.
Marina Garaventa