
«Io cerco di essere un compositore contemporaneo e se la mia musica sembra differente dagli altri compositori contemporanei è perché io vengo da una differente contemporaneità».
È un Goran Bregovic concentrato sul suo percorso musicale e attento a tutte le realtà circostanti quello che questa sera suonerà al Prato di Arezzo, nel main stage del Play Art Festival 2008, dove prima di lui si esibiranno i Kultur Shock, Max Gazzè e Carmen Consoli, con la quale potrebbe replicare un duetto e sarebbe la prima volta dal vivo.
Tutti “sotto lo stesso cielo”, come recita il tema del Festival, un tema fortemente evocativo per Bregovic, nato a Sarajevo da madre serba e padre croato: «In passato la soluzione è stata sempre molto semplice: uccidi chi è differente. Nel Ventunesimo Secolo non vogliamo più seguire questa strada, la più grande lezione, quindi, che l’uomo può imparare oggi è di convivere con la diversità e per fare questo dovrà cambiare completamente la sua idea, il suo stereotipo, di bellezza».
Tragica e imprevedibile come la vita, visionaria come un sogno, la sua musica ha saputo sublimare il terrore della diaspora jugoslava, alle spalle la terra che l’ha partorito e forgiato: «Sono nato in un piccolo paese con una storia sfortunata. Mio nonno era un soldato, mio padre era un soldato e se fossi rimasto durante la guerra civile molto probabilmente anch’io sarei diventato un soldato. È molto difficile essere cittadini di un paese dove l’album di famiglia è pieno di persone in uniforme».
La vita zingara non gli ha impedito di restare legato alle tradizioni per creare una musica universalmente riconoscibile con un minimo comune denominatore, la libertà: «Volevo diventare prete, ma la vita, come fa sempre, mi ha giocato uno scherzo: il mio primo lavoro musicale è stato suonare in uno striptease bar e a 16 anni conoscevo le donne meglio di tutti i miei coetanei… Quando la musica ti da una simile chance perché cercare la libertà altrove?».
Goran Bregovic con la sua Wedding & funeral band è alla continua ricerca dell’altrove e dell’altro con un “prato musicale”, da Istanbul a Budapest, nel quale attingere in una sperimentazione continua e, come dicono in molti, autodidatta: «Io sono un prodotto della sottocultura comunista. La cultura è un insieme di valori che prende forma dalla politica, la subcultura è qualcosa che nasce dalla vita e io preferisco la vita».
Bregovic tornerà in Italia il 15 e 16 settembre a Milano e Torino con “Tre Lettere per tre Profeti”, la versione di una pièce originale la cui esecuzione coinvolgerà la sua band, l’Absolute Ensemble di New York e sei voci maschili, diretti da Kristjan Järvi.
Ma prima c’è ancora tanta musica nel mondo di Goran, musica per teatro, musica per documentari, come quello su Ataturk la cui prima sarà proiettata a Istanbul in ottobre, e la musica dei Gitani che da sempre lo ispira: «Nei Balcani, per secoli, i Gitani hanno vissuto al confine tra Oriente e Occidente, sotto influenze di varie culture, così la loro musica è sempre stata più vasta del loro “humus territoriale”». E allora: Juris!

