
Felicità, soddisfazione, incredulità, disillusione, frustrazione e sdegno. Sono questi alcuni dei sentimenti che si registrano a Civitella in Val di Chiana dopo la storica sentenza che ha condannato la Germania a risarcire i parenti delle vittime dell’eccidio nel quale, il 29 giugno del 1944, morirono 244 tra donne, uomini e bambini: 115 a Civitella, 58 a Cornia e 71 a San Pancrazio.
Le colpe dei padri ricadono così sui figli e la Germania dovrà pagare un milione di euro in attesa che altri ripercorrano la stessa strada, perché la sentenza della Suprema Corte che ha rigettato il ricorso dello Stato tedesco apre, come hanno detto in molti, un vaso di pandora di portata continentale e forse mondiale, poiché l’immunità tra due paesi cade quando si commettono crimini contro l’umanità.
«È un’enorme soddisfazione professionale, umana e morale – ha detto Roberto Alboni, uno degli avvocati aretini che contro il parere di molti ha portato avanti la causa civile, nipote di Metello Ricciarini, massacrato nella strage – Credo sia venuto il momento di spingere la Germania a fare qualcosa di concreto verso i familiari delle vittime così come lo Stato italiano, che non si è mai occupato abbastanza di queste vicende».
Non la pensa così, invece, Edi Bacci, responsabile dell’Ufficio cultura e della Biblioteca del comune di Civitella: «I nostri obiettivi e i nostri intenti erano completamente diversi, oltretutto condannare la Germania significa eludere le responsabilità dei singoli che hanno commesso quei crimini. A Sant’Anna di Stazzema hanno ottenuto 10 ergastoli e nessuno è stato citato per danni…».
Secondo alcuni, infatti, c’è il rischio che il risarcimento milionario possa offuscare la memoria e tutto quel lavoro che in pochi, con fatica, hanno portato avanti per decenni: «Questa è ipocrisia – stigmatizza Alboni – il risarcimento non esclude la memoria e viceversa. I soldi non ridanno indietro i propri cari e la contropartita economica arriva dopo 64 anni quando era nell’immediato dopoguerra che molti familiari, rimasti soli con le proprie difficoltà, avrebbero avuto bisogno di aiuti concreti, ma nella nostra civiltà questo è l’unico modo per compensare la perdita di un congiunto».
«Il mio giudizio sulla sentenza – ha affermato Massimiliano Dindalini, sindaco di Civitella – non può che essere positivo anche se in molti dovranno prendere atto della sua portata, basti pensare di cosa è stata capace l’Italia fascista in Albania, Grecia e Libia. L’aspetto giurisprudenziale ricadrà anche sulla politica estera di altri paesi europei. Molti concittadini, comunque, sono scettici perché non credono che la Germania pagherà; a noi resta la soddisfazione di non aver mai dimenticato, questa come le precedenti amministrazioni, e di essersi battuti per la memoria. A breve faremo un incontro con gli altri familiari per informarli, poi decideranno come proseguire».
Natale a Civitella oggi ha un ristorante: «Dopo tanti anni non so che dire. Nell’eccidio morì mio zio e il mio babbo era in guerra ma non mi sono più occupato di questa storia, rimuginare fa male al cuore». Sestilio invece non vuole parlare e ci rimanda a Ida Balò che presiede il Comitato dei familiari delle vittime.
«Non mi è sembrato opportuno chiedere un risarcimento. Dopo la condanna dei responsabili vorrei le scuse della Germania, ma anche dell’Italia, perché fu Mussolini a portarci i tedeschi in casa. Noi superstiti non possiamo dimenticare né i lutti né le umiliazioni che subirono le nostre madri, ma ci sono verità che vanno oltre la storia: non è vero che ci fu uno scontro a fuoco, i veri eroi furono i cittadini di Civitella che non consegnarono i partigiani pur conoscendoli, che gli davano da mangiare, mio padre dette loro anche ventimila lire, ma questo non c’è stato mai riconosciuto, anzi negli anni Cinquanta ci hanno addirittura denunciato per calunnia. Dopo la sentenza hanno chiamato in tanti ma in pochi ogni anno abbiamo ricordato. Un euro per ogni vittima, questo è quello che vorrei per mantenere la Sala della memoria, i nostri ricordi sono tutti lì».
Leonardo Paggi, ordinario di Storia contemporanea e figlio di una vittima, ha detto «con i soldi si spunta il tema della memoria collettiva», che dopo 64 anni collettiva non è.

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