mercoledì 14 maggio 2008

Baseball a Figline Valdarno / Corriere Fiorentino


«Paura? No, perché dovrei averne». Xhelal Bytycy, uno dei due kosovari aggrediti martedì a Figline Valdarno con pugni e mazze da baseball da cinque italiani, scrolla le spalle. Poi accende una sigaretta. E si lascia andare — con un italiano stentato — al racconto della notte da arancia meccanica. Sul suo volto sono evidenti i segni delle percosse. «Si sono avvicinati a me e al mio amico (Krasniqi Hidajet, ndr), e hanno detto "Che guardi?, torna a casa tua straniero di m...". Noi eravamo per i fatti nostri e io gli ho risposto: "Io non guardo niente, scusa, io sono qui per lavorare non per creare problemi" ». Ma questo, evidentemente non ha fermato gli aggressori (due, entrambi pregiudicati, sono stati arrestati assieme a un minorenne, gli altri due sono ancora ricercati). «All'inizio — continua — erano solo in due, poi sono arrivati altri tre. Hanno iniziato a picchiarci con i pugni, sono andati in macchina e hanno tirato fuori due mazze da baseball e con quelle hanno continuato». Riprende fiato, ancora scosso: «Mi hanno colpito sulla testa, sulla fronte e nelle gambe». Lui è svenuto e al risveglio, dopo due-tre minuti, l'incubo era già finito. Xhelal è appena uscito dalla caserma dei carabinieri, dove è stato sentito assieme all'amico nell'ambito dell'inchiesta condotta dal capitano Giovanni Mennella e coordinata dal pm Massimo Bonfiglio. Gli inquirenti hanno ascoltato anche altri testimoni per cercare di ricostruire l'accaduto. Xhelal non ha paura per il suo futuro: «Certo, qualcosa cambierà dopo quello che è successo — ammette — ma sono quattro anni che vivo in Italia e ho sempre lavorato, faccio il muratore». «Non abbiamo mai avuto problemi— tiene a precisare — né tra noi kosovari, né con gli altri stranieri e soprattutto con gli italiani». Xhelal racconta una storia d'integrazione, nonostante il grave episodio che ha visto protagonista lui e Hidajet Krasniqi. Prima di salutare, gli squilla il cellulare, parla animatamente in kosovaro. Poi ripete ancora una volta di non avere paura, che la sua vita continuerà qui, «a fare il muratore». D'altronde a Figline (quasi 17 mila abitanti, con importanti realtà produttive) nessuno sembra credere all'aggressione di stampo razzista. E basta fare un giro per il paese per rendersene conto. Nel tardo pomeriggio un gruppo di ragazzi chiacchiera tranquillamente proprio in Piazza Serristori, il luogo dove Bytycy e Krasniqi sono stati picchiati, davanti al Teatro Comunale Garibaldi. «Questo è un posto tranquillo», risponde uno di loro. Anche se poi qualche sorriso tradisce un po' di timore nel dire quello che veramente si pensa: «No, non sono mai accadute cose del genere, è la prima volta. Un anno e mezzo fa un albanese accoltellò un marocchino, ma di altri episodi non ho mai sentito parlare». E gli aggressori? «Li conosciamo, ma solo di vista». Di sicuro li conoscono meglio i carabinieri, visto che sia Salvatore Massone che Francesco D'Alterio erano stati denunciati dalle forze dell'ordine. Un po' più in là, sugli eleganti tavoli dei bar di Piazza Marsilio Ficino, un gruppo di anziani gioca tranquillamente a carte. L'argomento di discussione non è affatto l'aggressione dell'altro giorno, ma la promozione della squadra di calcio locale in serie C2. Da qualche settimana qui non si parla d'altro. «Sì — rispondono in coro — abbiamo saputo cosa è successo, ma è solo una rissa, niente più». E le accuse di razzismo? «Qui gli stranieri trovano lavoro e non danno fastidio, non c'è mai stata tensione. È il gesto di un gruppo di scapestrati, niente più». Intanto, arrivano anche reazioni politiche ai fatti di martedì. «L'episodio del pestaggio a Figline — dice Daniele Baruzzi, coordinatore metropolitano di Sinistra Democratica a Firenze — è gravissimo, ed è figlio di un clima preoccupante di intolleranza che sta montando nel nostro Paese. Il nostro timore è che non si tratti di un caso». Un timore, però, che sembra non essere condiviso dagli abitanti di Figline.

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