

Se c’è una cosa che credo interessi poco o nulla i lettori in generale siano le diatribe personali tra giornalisti di opposto pensiero, nel caso specifico Marco Travaglio e Filippo Facci. Il primo scrive per “l’Unità”, il secondo per “Il Giornale”. I loro botta e risposta, spesso pubblicati dal sito dagospia.com, sono l’espressione peggiore della vanagloria di chi fa questo mestiere: alla fine più che l’argomento sembra contare l’avere ragione, riuscire a rubare l’ultima battuta, l’ultimo applauso di una folla di ultrà che parteggiano per l’uno o per l’altro. Tra le righe dei loro articoli e delle loro lettere esprimono tutto il razzismo culturale per chi non la pensa come loro e, soprattutto, per chi non comprende i loro gargarismi grammaticali. Chi li legge lo fa solamente per sentirsi bene con le proprie idee che ricalcano l’una o l’altra posizione, d’altronde la mente umana cerca sempre delle conferme e così molti si compiacciono nel gustare Travaglio o Facci. Io, invece, ritengo che il loro atteggiamento sia vecchio e stantio come l’Italia che da parti opposte rappresentano. Uno dei tanti problemi che hanno i media è proprio quello che troppo spazio viene utilizzato per parlare di sé e degli altri… media, in un gioco al rebound che distoglie tutti noi dalle vere notizie e dai veri problemi di questo paese. Nonostante tutto, una querelle Facci-Travaglio, o immaginatevi voi altri deliranti duetti, diventa notizia e occupa spazi, secondo me, assolutamente immeritati. Entrambi, badate bene, pagati profumatamente, un loro pezzo può valere lo stipendio mensile di un co.co.pro, per saper scrivere 4-5.000 battute il giorno, mentre altri fanno materialmente il giornale, forse dei giovani stagisti che lavorano gratis e che si devono sorbire anche le cattiverie di certe penne acide e inacidite da anni di presunzione culturale, mentre il paese cambia e nessuno di lor signori se ne accorge. Poi si lamentano se Beppe Grillo se la prende con la categoria, anche se io non accetto i luoghi comuni, ognuno risponde a se stesso e agli altri delle proprie azioni e per quelle deve essere giudicato non perché appartenente a una categoria professionale: scrivere un’apertura per la pagina sportiva di un giornale nazionale a 20 euro non è da casta, ve lo posso assicurare. Qualcuno potrà sibilare che è quello che mi merito, forse, ma sul meritare e sulla meritocrazia avrei tante cose da dire legate proprio alla mia attività di giornalista, che non basterebbe un anno di questo blog per raccontarle tutte. Cose che avvalorano ciò che ho detto quando ho iniziato a scrivere questo diario in rete: avere meno di 40 anni in questo paese è una iattura. Aggiungo: se non sei figlio di qualcuno che può lasciarti in eredità, non solo un conto in banca prosperoso, ma anche il posto di lavoro che occupa, in una sorta di nepoclientelismo contemporaneo che ammorba quotidianamente la vita degli italiani e, soprattutto, dei giovani che si danno da fare e che valgono più di tanti vecchi tromboni che ripetono le stesse cose da decenni senza che nessuno li mandi a quel paese, costringendo gli under 40 semmai ad andarsene dall’Italia. È uno schifo e potrei fare tanti esempi di giovani e valenti colleghi a cui è impedita una brillante carriera solo perché non conoscono la persona giusta, mentre sui giornali compaiono le terze e quarte generazioni con lo stesso cognome, strani casi di omonimia. Buonanotte Italia, il paese che non c’è e che forse non c’è mai stato, almeno per noi nati dopo il ’68…

2 commenti:
Non dimenticare un dettaglio. Travaglio è pericoloso, Facci divertente
Forse, forse sì, forse no. Secondo me, li leggo entrambi, possono essere nel contempo pericolosi e/o divertenti e a dirla tutta, forse sono più pericolosi quando risultano divertenti. Dico questo senza ideologie preconcette veterodestrorse o veterosinistrorse, che in quanto vetero, per me, pari sono. Ma ti posso assicurare che li trovo vecchi e stantii quando utilizzano il loro spazio e i soldi, tanti, con i quali sono pagati per riempirlo, per litigare l'uno con l'altro, inondandoci di "gargarismi grammaticali" (mi è piaciuta troppo la prima volta che l'ho scritto) dimenticando il motivo principe per il quale sono lì: il lettore. Una volta che un giornalista dimentica questo e si piega su se stesso e sulla propria autoreferenzialità, secondo me, ma anche secondo l'etica professionale, che pochi conoscono e che quasi nessuno ama rimarcare, smette di essere un giornalista, perdendo dignità e autorevolezza, pensa, oltre Facci e Travaglio, quanti si scrivono adosso e/o contro, e trai le tue conseguenze... Per me tutt'altro che divertenti!
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